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I pericoli per la rete e gli utili idioti

19 febbraio 2012

Molti sono i pericoli che minano la libertà della rete e, con questa, la prospettiva dell’affermarsi di una nuova cultura globale basata sul rispetto delle diversità e dell’ibridazione di saperi e conoscenze.

I rischi sostanzialmente derivano dal tentativo in atto di privatizzare un ambito di esperienza fino a ieri affidato a relazioni sociali di scambio extraeconomico. Secondo l’Economist, che ha pubblicato ai primi di settembre 2010 un interessante dossier sul futuro di internet, a questo processo contribuiscono sostanzialmente:

  1. paesi autoritari che vogliono sfruttare la rete per un rigido controllo sui cittadini;
  2. grandi corporation della new economy che mirano a rinchiudere i propri clienti/produttori in recinti dai quali diventa sempre più difficile uscire (Apple, Facebook, Google, Amazon, etc.);
  3. gestori di infrastrutture di rete che mirano ad accordarsi con i produttori di contenuti per creare corsie preferenziali di distribuzione di servizi pregiati a pagamento sulla rete

Di questo percorso si fanno interpreti una schiera di comprimari che utilizzano vari modelli e strumenti di riduzione della rete a ecosistema per la realizzazione di nuove forme di accumulazione e rendita finanziaria. Tra questi, molti, vestendo i panni degli entusiasti digitali, si affollano nell’inseguire ed enfatizzare i neologismi della rete (web 2.0, cloud, apps, open data, etc.) coniati dal marketing della net economy. Si tratta spesso di gente in buona fede spinta dal bisogno di apparire che si accontenta di un piccolo tornaconto personale per contribuire al successo di questi processi. Questi vecchi e nuovi guru rischiano così di svolgere il ruolo degli utili idioti al servizio di interessi di cui, a volte, non sono nemmeno consapevoli.

Ma quali sono queste tendenze di sfruttamento digitale?

Eccone alcuni esempi:

–  nuove forme di sfruttamento del lavoro (capitalismo digitale) di una moltitudine di produttori/consumatori digitali che donano il proprio lavoro e riducono a merce se stessi barattando inconsciamente sentimenti e stili di vita contro la possibilità di un’esperienza di comunicazione e del riconoscimento di una reputazione on line. Tutto questo mentre i proprietari di queste nuove fabbriche dello sfruttamento digitale si appropriano del loro prodotto accumulando ingenti patrimoni e straordinarie rendite finanziarie;

–  ambiti di riduzione  (walled garden) delle possibilità di scelta imposte dai nuovi modelli di business in stile Apple che costringono in ambiti chiusi da tecnologie proprietarie i propri utenti rispolverando la modalità di protezione degli investimenti e massimizzazione dei profitti basata sul cliente-prigioniero;

–  espropriazione e privatizzazione delle idee e degli altri beni comuni informazionali (private commons) attraverso la riedizioni di vecchi arnesi di accaparramento della conoscenza come la proprietà intellettuale e i brevetti industriali;

– modifica del layout della rete e delle sue forme di governo transazionale (Internet Governance) che minano alla base il principio della neutralità della rete imponendo tecnologie di prioritizzazione del traffico e regole capaci di rendere sempre più angusti gli spazi di libertà garantiti fino ad oggi;

– pratica del furto della personalità (manipolazione di identità) operato dalle corporation come Facebook, Google, Twitter che carpiscono e commerciano le esperienze di navigazione dei loro utenti per rendere sempre più efficaci i processi commerciali di induzione del bisogno, soddisfazione dello stesso per la promozione delle logiche del consumismo;

– violazioni della privacy (diritto all’anonimato) operate in forme più o meno esplicite e lecite che propongono il tema dell’affidabilità delle corporation e della garanzia dovuta al singolo sulla effettiva percorribilità del diritto di riservatezza;

– tragiche pratiche di controllo del dissenso (spionaggio sociale) operate grazie a internet e alle multinazionali che controllano le tecnologie e si mettono a servizio dei regimi totalitari che, al di la delle illusioni degli utili idioti, rappresentano la concreta dimostrazione del pericolo di un utilizzo in termini repressivi di internet;

–  rischio della manipolazione dell’apprendimento (condizionamento del sapere) che proviene dall’uso intensivo dei motori di ricerca come strumento di conoscenza senza alcuna seria garanzia di controllo sociale sulle corporation del settore e sulla trasparenza dei loro algoritmi di ricerca;

–   eccesso di informazioni (deserti dei dati) che rendono sempre più difficile orientarsi in un deserto di informazioni costituito da tanti granelli di sabbia informativa  difficilmente distinguibili e utilizzabili. Gli apologeti dell’open data, almeno quelli in buona fede, dovrebbero aver tratto lezione dall’esperienza di WikiLeaks: tanto rumore per nulla.

Così come la costatazione che l’automobile più sicura rimane quella chiusa in garage non toglie forza e importanza all’invenzione di questo strumento, allo stesso modo le tendenze descritte non vogliono demonizzare la straordinaria importanza di internet. Lo spirito con il quale sono elencate è quello di stimolare l’analisi critica e il confronto in funzione di un contributo al movimento di opinione in difesa delle libertà e dei diritti digitali.

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