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Sono un kopimista

15 gennaio 2012

“Una persona che crede che tutte le informazioni debbano essere distribuite liberamente e senza restrizioni. La filosofia si oppone al copyright in tutte le sue forme e incoraggia la pirateria di tutti i tipi di media inclusi musica, film, programmi TV e software” (http://www.isakgerson.se/)

Le autorità svedesi (Kammarkollegiet) hanno riconosciuto come fede il kopimismo (da kopimi “copy me”) dopo due anni di tentativi da parte di un gruppo di accaniti condivisori guidati dallo studente svedese di filosofia Isak Gerson (http://www.isakgerson.se/).

Si tratta, nella sostanza di una provocazione ma anche di un tentativo di sfruttare la legislazione svedese in materia di fedi religiose per rendere per rendere più difficili le attività di indagine da parte delle autorità sulle pratiche di violazione del copyright. Infatti, la normativa, prevede l’inviolabilità delle attività di fede.

Il tema dell’accesso alla conoscenza continua a riemergere con forza. Lo sviluppo dei nostri modelli sociali dipende, secondo il mio parere, sempre di più, dalla capacità di mettere in condivisione la conoscenza e le idee in tutte le forme in cui queste vengono rappresentate o contenute: film, musica, libri, ricerca e scoperte scientifica, principi attivi delle sostanze, sementi, informazione in genere, etc. Persino i modelli economici (wikinomia) sperimentano casi di successo nell’utilizzo diffuso delle conoscenze e delle forze produttive distribuite, superando il vecchio concetto di azienda  basata su una gerarchia rigida e un’organizzazione chiusa e impermeabile all’esterno.

La questione di fondo, rimane quella del modello remunerativo della produzione di idee e di conoscenza in grado di permettere ai produttori la sostenibilità dello sforzo e le motivazioni necessarie per continuare a produrre.

L’attuale modello si basa sulla scarsità e sulla rivalità: produco un bene che acquista valore perché non è disponibile e poiché il suo uso è in contrasto con l’uso di qualcun altro.
Questo principio viene applicato sia ai beni materiali che aderiscono naturalmente a questo modello  (ad esempio una mela viene consumata) sia ai beni immateriali che per loro natura non sono scarsi ne sono rivali (ad esempio un’idea non si consuma con l’uso ma anzi produce altre idee).

Le nostre economie sempre di più si stanno basando su strumenti (copyright, brevetti, etc.) che rendono artificialmente scarsa la conoscenza ai fini di un profitto basato sull’egoismo più che sulla remunerazione dei produttori di beni immateriali. Questo, a discapito di tutti ma soprattutto di quei paesi più poveri e arretrati che vedono sfumare opportunità di emancipazione che potrebbero derivare dalla condivisione delle idee e della conoscenza.

Anche il musicista più affermato si è nutrito della musica altrui (per la quale spesso non ha pagato) per produrre le sue opere. Chi, ad esempio, sfrutta il lavoro dei musicisti (multinazionali dell’entairtement) nella stragrande maggioranza dei casi detiene per se la maggior parte dei guadagni. Il modello di questo business prevede che solo pochi titoli siano promossi e diffusi nelle reti di distribuzione. Questo consente di massimizzare i profitti su un piccolo numero di opere che vengono artificialmente promosse rendendole famose non sempre in ragione della loro qualità.

La condivisione è il presupposto per sperimentare nuove forme di collaborazione basate sul principio che niente viene creato dal nulla e che tutti copiamo da chi ci ha preceduto. La nostra conoscenza deriva da millenni di produzione d’idee per le quali nessuno ha pagato i diritti d’autore. Vanno individuati nuovi modelli di produzioni e di accesso alla conoscenza che derivino da una diversa cultura rispetto a quella delle economie dominanti. Il modello di sviluppo deve essere basato su una nuova etica del principio della condivisione e collaborazione capace di remunerare il lavoro anziché i capitali. In questa direzione vanno sostenuti tutti i movimenti che grazie alle tecnologie oggi tentano di riappropriarsi della conoscenza intesa come bene comune.

In questo senso mi sento anch’io un kopimista.

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