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Reti d’Italia

26 dicembre 2011

Le reti sociali da beni pubblici, intese come insieme d’infrastrutture e servizi a disposizione dello sviluppo del bene comune e per questo sottratte al mercato, stanno per essere definitivamente smantellate. La reta idrica, fognaria, elettrica, del gas, stradale, ferroviaria, telefonica, scolastica, sanitaria, sociale e per ultima internet hanno segnato con il loro sviluppo l’emancipazione di intere generazione e resa concreta l’idea stessa di unità nazionale. Tutte queste reti sono state progettate e realizzate con investimenti pubblici e consegnate ai cittadini sotto forma di diritti. Il diritto allo studio, alla salute, alla casa, al lavoro, etc., sono frutto del patto sociale che si è venuto progressivamente ad affermare dal dopoguerra fino a tutti gli anni 80. Oggi queste reti stanno progressivamente per essere riconvertite e con esse quel patto sociale.

Per ultime la rete ferroviaria, la rete sanitaria, dopo quella elettrica, telefonica, stradale. Solo l’ultimo referendum ha salvato la rete idrica ma la battaglia per difenderne il fine collettivo è ancora lunga.

Lo schema ideologico-economico utilizzato è sempre lo stesso. L’attacco inizia da lontano con una battaglia culturale che ha dato dignità e forza all’equazioni: pubblico uguale a sprechi; privato uguale efficienza ed efficacia. A questa iniziativa si associa una politica capace di sgretolare qualsiasi residuo di produttività e di eccellenza del sistema pubblico. Si prosegue poi con un progressivo inserimento nel sistema di gestione pubblica di elementi privatistici di varia natura (appalti, trasformazioni in società di diritto privato, etc.) con il solo fine di appesantire ancora di più il sistema e renderlo ingovernabile. Si arriva così alle “privatizzazioni” di cui la sinistra parlamentare è paladina, capaci di consegnare i beni pubblici agli appetiti delle solite oligarchie.

Si concretizza in questo modo nei fatti prima ancora che nella consapevolezza dei cittadini un nuovo patto sociale basato questa volta sulla priorità del profitto sulle condizioni dell’uomo. La scuola, la salute, la mobilità, il lavoro etc., si trasformano così da diritti in merci disponibili a chi se li possono permettere.

La manovra recentemente approvata segna da questo punto di vista la formale accettazione da parte della politica – tutta, destra e sinistra parlamentare – della priorità del vincolo della finanza sulla condizione dell’uomo. Non si tratta di una dinamica di bilancio, si tratta invece di una precisa scelta politica – di tecnico vi è veramente poco se non la falsa giustificazione dello stato di necessità – e di una cessione di sovranità nazionale a difesa dei prevalenti interessi di un pugno di banche sovranazionali che controllano la finanza mondiale e le caste locali. Si tratta delle stesse banche che attraverso meccanismi speculativi stanno guidando, ormai da tempo, una gigantesche operazione di ridistribuzione della ricchezza dalle fasce meno abbienti a vecchie e nuove oligarchie.

Gino Strada nella scorsa puntata di “Servizio Pubblico”, mentre denunciava come ogni anno se ne vanno in spese militari 2 miliardi di euro ogni mese, raccontava come nell’ambulatorio di Emergency di Marghera aperto, come in altre città italiane, per aiutare gli extracomunitari, il 20% dei pazienti sono italiani. Il Centro Studi di Economia Sanitaria, Ceis di Tor Vergata, denuncia invece che nel 2010, più di tre milioni di italiani hanno dovuto affrontare difficoltà economiche legate alle spese sanitarie, mentre due milioni e mezzo di persone – per lo più bambini ed anziani – hanno cancellato visite, analisi, appuntamenti dal dentista.

Mentre l’evasione fiscale rimane nella sostanza indisturbata (si potrebbero recuperare qualche miliardo di euro di evasione attraverso un semplice accordo con le banche Svizzere sul modello di Germania e Inghilterra), lo sfascio delle ferrovie passa da un progressivo taglio dei trasferimenti di risorse alla sostanziale accettazione da parte dello stato della politica di trasformazione del sistema ferroviario da bene pubblico a servizio a pagamento per chi se lo può permettere. Le conseguenze sono quelle sotto gli occhi di tutti: carrozze e servizi sempre più lussuosi per ricchi e carrozze e servizi sempre più scadenti per tutti gli altri. Tutto questo apre la strada ai privati (Montezemolo-Della Valle) che si stanno preparando a competere nel futuro mercato dei trasporti ferroviari.

Le ferrovie e la sanità sono solo due esempi di un disegno di più largo respiro a cui si stenta di intravedere una seria opposizione.

Su tutto questo, l’affermazione del Capo dello Stato in base alla quale si uscirebbe dalla crisi attraverso la coesione nazionale rischia di suonare come una beffa se non si trovano seri correttivi alle attuali soluzioni della crisi. Se non si pone mano alle diseguaglianze il rischio è che l’assetto dell’attuale fase della globalizzazione finirà per tradursi nel superamento delle comunità nazionali – e con queste di un sistema democratico di controllo basato sulle specificità dei popoli – per approdare a un nuovo sistema globale incentrato sul solo vincolo della finanza e delle caste che la controllano.

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