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Articolo 18

21 dicembre 2011

Stamattina su Caterpillar AM (nota trasmissione radiofonica che passa anche in TV) si svolgeva un sondaggio telefonico nel quale si chiedeva agli ascoltatori quali erano i valori dei loro stipendi. Ha chiamato Giuseppe da Udine, un professionista informatico che ha ricevuto dal tribunale per una consulenza tecnica un compenso lordo di 38 euro al giorno e dopo un anno non ha ancora avuto i suoi emolumenti. Ha chiamato Alessandro da Napoli lavora come commesso in un negozio per 12 ore al giorno per un compenso di 600 euro al mese. Ha chiamato Francesco operaio metalmeccanico di Bari che guadagna, sulla base del contratto nazionale ben 7,52 euro all’ora in un’azienda meltalmeccanica. Ha chiamato Elisa da Trieste che guadagna 5.14 euro lorde all’ora per uno stipendio mensile che non raggiunge 800 euro. Al figlio di Elisa non va tanto meglio e percepisce circa 900 euro al mese. Alla fine del sondaggio la media del guadagno orario era all’incirca di 5 euro lorde all’ora. Del resto era già sancito da tempo, da parte delle più autorevoli fonti statistiche italiane ed europee, che i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa.

Questa è la condizione di chi ha la fortuna di lavorare mentre il tasso di disoccupazione si attesta all’8,3%, in costante aumento e il tasso di disoccupazione giovanile sale al 29,3% (http://www.istat.it/it/archivio/43867).

Su questo drammatico contesto si scatena la discussione sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Da parte dei soliti benpensanti si sostiene che la soluzione al problema del lavoro in Italia passi attraverso una maggiore possibilità di espellere, anche senza giusta causa, i lavoratori dal ciclo produttivo. Sono gli stessi che negli ultimi 20 anni hanno proposto la loro ricetta basata sulla flessibilità del mondo del lavoro. L’ipotesi era che una maggiore dinamicità avrebbe comportato uno sviluppo con ricadute positive su tutti. La realtà ci ha portato, dopo un periodo di forte espansione dei profitti, allo spostamento della ricchezza dal mondo del lavoro alla rendita con una crescita delle diseguaglianze che non ha precedenti. Oggi la deriva di questa dinamica ha come risultato la recessione e una condizione del mondo di lavoro caratterizzata da bassi salari e precarietà per tutti.

Siamo alle solite, dopo aver vinto facendoci pagare con il governo Monti i costi della loro crisi, ora vogliono stravincere cancellando qualsiasi tutela anche quelle più elementari. Dobbiamo opporci con forza e tenerci stretta la CGIL che per quanto criticabile rimane l’ultima diga contro questo stato di cose. Bersani ieri ha sostenuto che il problema non è come licenziare le persone ma al contrario come farle assumere. E’ una posizione da sostenere cercando di lavorare per tenere assieme le forze della sinistra.

 

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From → Economia, Politica

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